Sabato 19 Gennaio 2019
E’ addebitabile alla moglie la separazione in presenza di una nevrosi caratteriale nota come sindrome da shopping compulsivo, caratterizzata da un impulso irrefrenabile all’acquisto. Il disturbo mentale non aveva escluso la capacità di intendere e di volere e quindi l’imputabilità, pertanto può essere dichiarata la violazione dei doveri matrimoniali ai sensi dell’art. 143 c.c. con conseguente perdita del diritto al mantenimento.
Esiste una patologia, la donna si procura denaro sottraendolo al marito e ai familiari e compie acquisti, spesso superflui, di oggetti, come borse, gioielli e vestiti spendendo somme sempre più ingenti.

I due si separano con richieste di addebito reciproco che non viene riconosciuto dal Tribunale il quale pone a carico del marito una somma a titolo di mantenimento in favore della moglie.

L’uomo ricorre in Appello e la Corte fiorentina ribalta la pronuncia di primo grado, addebitando la separazione alla moglie ed escludendo di conseguenza la corresponsione del mantenimento.

Dalla consulenza medica psicologica effettuata nel corso del giudizio di merito, mediante il test di Rorscharch, la donna aveva manifestato una nevrosi caratteriale repressa tipica della sindrome da shopping compulsivo caratterizzato da un impulso irrefrenabile all’acquisto.
Per il Consiglio di Stato la Tessera del Tifoso è illegittima in quanto rappresenterebbe una pratica commerciale scorretta. Il tifoso per assistere ad alcune partite in trasferta è obbligato a compiere una vera e propria operazione commerciale che altrimenti non avrebbe compiuto. Infatti, deve sottoscrivere un contratto con la Banca per ottenere una carta di credito prepagata, condizione indispensabile per il rilascio della tessera.

La questione era stata rimessa al Tar del Lazio, a seguito di ordinanza dei giudici amministrativi n. 5364 del 7 dicembre scorso, i quali adesso dovranno rivedere le proprie posizioni a riguardo.

Fonte: Sentenze Cassazione
Spesso e volentieri basta poco per alimentare il fuoco litigioso degli "ex" coniugi soprattutto in materia di figli e casa coniugale.

Nella vicenda esaminata dagli ermellini, si era concluso il procedimento di divorzio con l'affido in via esclusiva alla madre dei due figli (un minorenne e una maggiorenne ma non ancora economicamente indipendente) e, inoltre, il Tribunale di primo grado, poneva a carico del marito l'onere di corrispondere loro un assegno di mantenimento revocando alla donna l'assegnazione della casa coniugale.

In sede d'appello, a parizale riforma della precedente sentenza, i giudici assegnavano alla donna, in via esclusiva, la casa coniugale che aveva in comproprietà con l'ex marito che, pertanto, ricorreva in cassazione pocihè lamentava una violazione di legge in particolare di quanto disposto dall'articolo 155 quater c.c., relativo all'accertamento della convivenza more uxorio o della contrazione di nuovo matrimonio da parte della "ex" compagna.

Fonte: Sentenze Cassazione
Essere pagato per non lavorare... un sogno oppure un abuso?
Potrebbe essere il sogno di molti non far nulla ed essere ugualmente retribuiti alla fine del mese ma in realtà sappiamo che non è così anzi avendo più volte affrontato casistiche di questo genere e analizzandole dentro un ottica giuridica oltre che medica e sociologica, il lavoratore "messo da parte" ovvero costretto ad "oziare" mentre i colleghi lavorano oltre ad essere una comune forma di mobbing potrebbe comportare anche dei gravi danni al dipendente che potrebbe cadere vittima della depressione.
La Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16413 del 28 giugno 2013, che di seguito si riporta, ha affrontato questo tema concludendo per il riconoscimento del danno biologico nei confronti del lavoratore depresso a causa dell’ inattività. Fonte: Sentenze Cassazione
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si pronuncia in una delicata materia, quella della riservatezza dei dati pubblicati sui social network di sempre più frequente utilizzo.

Il caso riguarda una coppia di coniugi ormai separati i quali avevano entrambi rinunciato alla richiesta di mantenimento nell’ambito della loro separazione consensuale, poiché autonomi economicamente.

Dopo qualche tempo la donna perde il lavoro e ricorre al Tribunale per la modifica delle condizioni di separazione chiedendo la corresponsione di un assegno di mantenimento anche in considerazione di una grave patologia che aveva ridotto la sua capacità lavorativa.

Il marito si difende asserendo che l’ex moglie intrattiene “notoriamente” una stabile convivenza con un medico, relazione che le consente un tenore di vita anche superiore a quello goduto durante il matrimonio.

Come prova a sostegno della sua asserzione produce alcune immagini della donna in compagnia del nuovo compagno convivente, prelevate dal profilo Facebook della ex moglie.

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