Venerdì 14 Dicembre 2018

Malformazione del feto: è dovere del medico informare i futuri genitori

Ven, 10/05/13 - 00:00
Chi è in attesa di un figlio ha diritto di essere informato dal medico circa le condizioni del feto.
È quanto ha stabilito il Collegio Supremo con la sentenza 22 marzo 2013, n. 7269.
La vicenda di cui alla sentenza in commento concerne una donna che durante la gravidanza aveva effettuato alcuni esami per accertare eventuali malformazioni del feto. Dal momento che dall’ecografia morfologica non era risultato niente di anomalo, la gestante non aveva ritenuto opportuno sottoporsi all’amniocentesi. Il bambino era poi nato con una grave malformazione che aveva portato la donna a citare in giudizio il ginecologo, sostenendo che se fosse stata a conoscenza della patologia non avrebbe portato a termine la gravidanza.

I giudici di primo grado, ritenendo che la mancata diagnosi “avesse impedito alla gestante di esercitare il diritto di chiedere l’interruzione di gravidanza”, accolgono la richiesta di risarcimento avanzata dai genitori nei confronti del medico, condannando quest’ultimo al versamento della somma di Euro 600.000.

Dieci anni più tardi, la Corte di Appello di Firenze ribalta la decisione del giudice di prime cure.

I giudici di secondo grado, infatti, pur ritenendo sussistente la responsabilità del medico perché la sua prestazione professionale non aveva soddisfatto “i requisiti minimi standard per il monitoraggio di un eventuale condizione e di idrocefalia”, osservavano come non fossero stati provati né la volontà della madre di abortire nel caso in cui fosse stata informata della malformazione del feto né il suo diritto a farlo. Affinché possa essere eseguita l’interruzione volontaria di gravidanza dopo i primi 90 giorni - rilevava la Corte d’Appello - “non è sufficiente che siano accertati processi patologici nel feto, ma è necessario che si determini un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” e su questo nell’istruttoria compiuta “non erano emersi elementi”.

La Corte di Cassazione, investita della questione, conferma la sentenza resa dal giudice di prime cure.

Due sono i principi rilevanti che sono stati affermati nella sentenza in commento.

In primo luogo, i giudici di legittimità, nel risolvere la delicata e complessa questione della distribuzione dell’onere della prova, hanno stabilito - in continuità con quanto già espresso in precedenza (Cfr. Cass, sez. III, 10 maggio 2002, n. 6735 e, da ultimo, Cass. 2 ottobre 2012, n. 16754) - che spetta alla donna che chiede di essere risarcita e non al medico provare che se avesse conosciuto i fatti avrebbe abortito.

Ciò precisato, la Corte prosegue nel rilevare come la richiesta di accertamenti diagnostici non costituisce prova dell’intenzione di abortire nel caso in cui emergano delle anomalie al feto, essendo diverse le ragioni “che possono spingere la donna ad esigerli, e il medico a prescriverli, a partire dalla elementare volontà di gestire al meglio la gravidanza, pilotandola verso un parto che, per le condizioni, i tempi e il tipo, sia il più consono ala nascita di quel figlio, quand’anche malformato”.

Ma è, soprattutto, il secondo principio affermato dalla Corte a dover essere sottolineato.

Il Supremo Collegio, nell’accogliere la richiesta di risarcimento dei genitori, e dunque nel confermare quanto deciso dai giudici di prime cure, pone a fondamento della sua sentenza una motivazione ben diversa da quella dei giudici di primo grado. Se questi ultimi - analogamente a quelli di secondo grado - basano la legittimità della richiesta di risarcimento da parte della madre sulla sussistenza della sua intenzione di abortire, la Suprema Corte riconosce espressamente il diritto della futura madre ad essere informata circa le condizioni di salute del nascituro, e dunque di eventuali malformazioni del feto, a prescindere dalla sua volontà o meno di abortire. “Non v’ha dubbio - osserva il giudice di legittimità - che il primo bersaglio dell’inadempimento del medico è il diritto dei genitori di essere informati, al fine, indipendentemente dall’eventuale maturazione delle condizioni che abilitano la donna a chiedere l’interruzione della gravidanza, di prepararsi psicologicamente e, se del caso, materialmente, all’arrivo di un figlio menomato”.

Da qui - ad avviso della Suprema Corte - la legittimità della richiesta di risarcimento dei danni derivanti dalla nascita, e dunque del danno biologico e del danno economico.

Inoltre, “la richiesta dei corrispondenti pregiudizi - conclude, infatti, la Corte - deve ritenersi consustanzialmente insita nella domanda di risarcimento dei danni derivati dalla nascita, quali il danno biologico in tutte le sue forme e il danno economico, che di quell’inadempimento sia conseguenza immediata e diretta in termini di causalità adeguata”.

Continua su: Altalex, 29 marzo 2013. Nota di Elisa Cinini

banner-parere-online

 

News giuridiche



Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione