Venerdì 14 Dicembre 2018

Shopping compulsivo? Sì all'addebito della separazione

Mar, 10/12/13 - 00:00
E’ addebitabile alla moglie la separazione in presenza di una nevrosi caratteriale nota come sindrome da shopping compulsivo, caratterizzata da un impulso irrefrenabile all’acquisto. Il disturbo mentale non aveva escluso la capacità di intendere e di volere e quindi l’imputabilità, pertanto può essere dichiarata la violazione dei doveri matrimoniali ai sensi dell’art. 143 c.c. con conseguente perdita del diritto al mantenimento.
Esiste una patologia, la donna si procura denaro sottraendolo al marito e ai familiari e compie acquisti, spesso superflui, di oggetti, come borse, gioielli e vestiti spendendo somme sempre più ingenti.

I due si separano con richieste di addebito reciproco che non viene riconosciuto dal Tribunale il quale pone a carico del marito una somma a titolo di mantenimento in favore della moglie.

L’uomo ricorre in Appello e la Corte fiorentina ribalta la pronuncia di primo grado, addebitando la separazione alla moglie ed escludendo di conseguenza la corresponsione del mantenimento.

Dalla consulenza medica psicologica effettuata nel corso del giudizio di merito, mediante il test di Rorscharch, la donna aveva manifestato una nevrosi caratteriale repressa tipica della sindrome da shopping compulsivo caratterizzato da un impulso irrefrenabile all’acquisto.

La moglie ricorre in Cassazione sostenendo che ai fini dell’addebito della separazione è necessario prima di tutto verificare l’imputabilità al coniuge della violazione dei doveri coniugali, oltre al nesso di causalità tra la condotta e l’intollerabilità della convivenza.

La sentenza della Corte riconosce l’imprescindibilità dei due requisiti che non possono però essere oggetto nel merito delle valutazioni della Corte. Dall’iter argomentativo contenuto nella sentenza di Appello, risulta chiaramente che l’imputabilità non poteva essere esclusa, poiché il CTU non aveva costatato un'incapacità di intendere e di volere, sussistendo soltanto un impulso compulsivo all'acquisto. Si trattava quindi di un disturbo della personalità che risultava "ciclico", di cui la donna era cosciente.

Anche se ci sono stati casi in cui sono state ritenute cause di esclusione dell’imputabilità nevrosi, psicopatie, disturbi della personalità, tuttavia nel caso di specie il disturbo mentale non aveva escluso la capacità di intendere e di volere.

Accertata l’imputabilità, la Corte ha giustamente ritenuto condotte contrarie ai doveri del matrimonio, il furto o la sottrazione di denaro al coniuge e ai parenti per l’acquisto di una grande quantità di oggetti di rilevante valore, consumando le risorse destinate alla famiglia. Ai sensi dell’art. 143 c.c. può certamente essere considerato violazione del dovere di collaborazione nell’interesse della famiglia, il comportamento del coniuge che sottraendo risorse alla famiglia, compie acquisti personali non giustificabili.

Sussiste anche il nesso di causalità tra le condotte della moglie e l’intollerabilità della convivenza.

La moglie si era difesa sostenendo quei fatti erano risalenti nel tempo e non potevano essere considerati la causa della crisi matrimoniale, ma non ha potuto dimostrare questa circostanza.

Fonte: (Altalex, 9 dicembre 2013. Nota di Giuseppina Vassallo)

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