Venerdì 14 Dicembre 2018

Licenziamento disciplinare: un'applicazione dell'art. 18 dopo la riforma Fornero

Sab, 01/06/13 - 00:00
Le conclusioni a cui giunge il Tribunale di Ravenna nella sentenza 18 marzo 2013, in esito ad un’attenta analisi delle circostanze di fatto che avevano condotto al licenziamento in tronco di un lavoratore subordinato inabile, costituiscono sicuramente un raggio di luce utile a diradare la nebbia che avvolge ormai gli operatori del diritto intorno al nuovo sistema sanzionatorio introdotto dalla recente riforma del lavoro nel testo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il caso concreto è di quelli impegnativi: un lavoratore subordinato, inabile avviato obbligatorio, veniva accusato di furto dall’azienda datrice di lavoro, e licenziato per giusta causa, per aver prelevato, durante lo svolgimento della propria prestazione lavorativa (di addetto alla pulizia dei locali), del materiale antinfortunistico, erroneamente ritenuto da smaltire perché fuori posto, poi consegnato ad un altro lavoratore dipendente della stessa azienda che ne era sprovvisto.

Dopo aver precisato che, quando si è di fronte ad interessi di prima grandezza, di carattere personalistico, che reclamano una protezione immediata, la tutela sommaria introdotta dalla L. 92/2012 non appare adeguata e può essere anticipata, in presenza di un periculum qualificato, da una tutela urgente ex art. 700 c.p.c., il Giudice del Lavoro di Ravenna qualifica il licenziamento impugnato “un provvedimento quasi lunare”, viziato sotto molteplici profili.

In primo luogo sotto la corretta ricostruzione dei fatti addebitati al lavoratore, che non può, secondo il giudice investito, ai fini della scelta della sanzione disciplinare da infliggere, non essere sereno, non tener conto della qualità dei soggetti, di cosa essi facessero o dovessero fare normalmente e di quanto emerso nella precedente fase disciplinare. La nozione di fatto valevole ai fini della scelta della sanzione deve comprendere tutto il fatto nella pienezza dei suoi elementi costitutivi (oggettivo e soggettivo), là dove per fatto occorre intendere quello costituente illecito disciplinare, integrante cioè giusta causa, alla luce della fattispecie concreta. Pertanto, ai fini della scelta della tutela (reale o indennitaria) nel licenziamento disciplinare il giudice non può guardare invece soltanto al mero fatto ipotizzato e contestato dal datore di lavoro; ma deve guardare allo stesso fatto in relazione alla nozione di giusta causa; ed in ipotesi di sussistenza di un fatto che non abbia rilevanza come giusta causa egli non potrà che concedere la reintegra, al pari del caso in cui il fatto materiale non sussiste”.

La corretta valutazione della reale entità della vicenda conduce, inoltre, a ritenere viziato il provvedimento espulsivo intimato nel caso di specie in base alla perdurante applicazione del principio di proporzionalità, il cui ruolo è ritenuto dal giudicante ravennate ancora fondamentale anche all’interno del nuovo apparato di tutela, così come ridisegnato dalla disciplina legislativa riformatrice[1].

La stessa previsione di legge, invero, prescrivendo che dinanzi ad un fatto tipico punito lievemente (collettivamente o disciplinarmente) il giudice debba applicare la reintegra (art. 18, IV comma), rende evidente come il giudizio di proporzionalità ex art. 2016 c.c. abbia ancora mantenuto il suo ruolo essenziale nella scelta della stessa tutela. Di modo che, e questo è il punto più interessante della massima, il giudice deve applicare la medesima soluzione, cioè disporre la reintegra, tutte le volte in cui, pur dinanzi ad un fatto previsto come licenziamento, egli ne rilevi ed accerti una minore gravità rispetto alla nozione di giusta causa.

Il giudice del lavoro investito ricostruisce, in ultimo, il contesto entro cui è maturato l’impugnato provvedimento datoriale sotto il profilo dell’illiceità e discriminatorietà, ritenendolo viziato perché diretto ad impedire il libero esercizio della libertà sindacale ovvero perché animato dall’unico scopo di nuocere al lavoratore, privandolo dell’unico “mezzo di sopravvivenza” per sé e per la propria famiglia.

Unico epilogo possibile, alla luce della puntuale ricostruzione dei fatti operata, è la reintegrazione del lavoratore nel suo posto di lavoro, che il Giudice del Lavoro di Ravenna, sulla base di una esauriente motivazione, ordina all’azienda convenuta contestualmente alla rifusione delle spese processuali.

Fonte: Altalex

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